Ferrata della Memoria - Gola del Vajont


Questa ferrata permette di osservare da un punto di vista diverso la diga del Vajont e la stretta gola nella quale l’acqua della diga si incanalò per poi radere al suolo il paese di Longarone ed alcuni villaggi vicini.

Ferrata della Memoria - foto©MarcoCodazzi
Ferrata della Memoria - foto©MarcoCodazzi

Una volta raggiunto Longarone(BL) si seguono le indicazioni per Erto, dopo aver superato Codissago si sale fino al sesto tornante, dove, a destra è posto un cartello che indica la via ferrata. Se invece si arriva da Erto (PN) si supera la diga ed al secondo tornante a sinistra si trova il cartello.
Qui si prosegue su una stradina e dopo circa cento metri si posteggia in un ampio parcheggio sterrato (540mt circa) e si segue il sentiero a destra della galleria. Poco dopo si entra nella prima galleria lunga circa 100mt (meglio avere una torcia) che conduce su una cengia attrezzata, la si segue per rientrare poco dopo in una seconda galleria, all'uscita della quale è possibile indossare l'equipaggiamento di sicurezza nel caso non lo si fosse già fatto al parcheggio.

Qui si nota una targhetta con numerazione crescente, quota e coordinate GPS (utili in caso di richiesta di soccorso o per indicare anomalie nelle attrezzature) le si ritroverà lungo tutto il percorso.
Si percorre una lunga cengia e con un breve traverso attrezzato con staffe si raggiunge una scala da cui hanno inizio dei tratti verticali. Ci si trova su una prima parete molto esposta, che si supera leggermente in diagonale usando due cambre metalliche e un passaggio in aderenza per raggiungere due staffe e dopo alcuni metri "tirando" un po' sul cavo si raggiunge il primo pulpito di sosta.
Da qui si traversa verso destra e si attacca la parete verticale sfruttando la presenza di alcune cambre che limitano le difficoltà lungo una linea di salita di elevato impegno, in questo tratto di ferrata quasi priva di appigli ci sono discrete possibilità di sfruttare appoggi per i piedi così da limitare la trazione sul cavo.
Superato questo primo tratto impegnativo si arriva in una zona dove poter riprendere fiato, prima di affrontare un diedro tra due lame di roccia levigata ma ben attrezzata, che porta rapidamente a una cengia da percorrere assicurati al cavo, in quanto molto esposta e con fondo detritico.
Si continua affrontando un lungo piano inclinato e raggiungendo la parte alta del piano dove la roccia levigata è stata attrezzata con una serie di cambre e pedivelle metalliche per agevolare la progressione, fino ad un piccolo pulpito dove il cavo piega a sinistra in corrispondenza di una lunga cengia, dapprima rocciosa, poi su terreno che richiede attenzione nel non far cadere materiale di sotto.

La diga si mostra in tutta la sua imponenza e la nostra via riparte con un brevissimo traverso e lungo una parete verticale avara di appigli ma si trovano qua e là  discreti appoggi per i piedi e uscendo su una lunga cengia particolarmente "sporca". Si aggira uno spigolo molto esposto e si sale una parete verticale molto lunga ma con abbondanza di pedivelle che rendono più agevole la progressione.
Lungo la risalita si incontrano alcune interruzioni che fungono come eventuali soste mentre la ferrata ora ci porta in una zona della parete rocciosa più sporca, infatti ci si inoltra nella vegetazione, ci si alza leggermente  portandosi rapidamente alla base della parete che si presenta come una bella placconata, i primi metri sono particolarmente levigati ma  poi la presenza di una fessura facilita la salita e uscendo presso un traverso orizzontale con una forte esposizione ma senza particolari difficoltà.
Finito il breve traverso si continua la risalita; qui la morfologia della roccia consente di avanzare trovando appigli e quindi tirando meno sul cavo, inoltre la verticalità non è più così elevata, quindi si risale avendo sempre a disposizione varie pedivelle, la verticalità qui non è molto marcata contrariamente all'esposizione che ci accompagna fin dall'inizio.
Ora un traverso dove quattro ampie staffe metalliche danno la sensazione di camminare nel vuoto, ci troviamo nuovamente su fondo misto erba-terra  e si affronta una salita simile alla precedente con una discreta quantità di attrezzatura ed una buona arrampicabilità della roccia si continua senza rilevanti difficoltà pur non essendo una risalita banale e si esce verso sinistra tramite alcune roccette e si arrvia all'ultima sezione del percorso formata da gradoni di roccia e dove finalmente si abbassa di molto il grado di esposizione, si susseguono alcuni semplici passaggi su un misto di roccia e vegetazione e si sbuca in una comoda cengia  che sembra più un sentiero che taglia orizzontalmente la parete della gola e porta nei pressi di una scala che ci permette di salire un notevole strapiombo. La scala segna la fine della ferrata. Ora si tratta solo di camminare per alcune decine di metri in direzione del pulpito sommitale (800mt circa) qui ci sono i resti di un manufatto in cemento appartenuti ad una teleferica risalente al periodo di costruzione della diga. 

Per la discesa si segue l'evidente sentiero n° 380, fino ad incontrare poco dopo la segnaletica. Da qui ci sono due possibilità di discesa:
1- a sinistra per l'abitato di Casso (PN) da dove tra l'altro si vede la frana del monte Toc caduta nel bacino e tramite il sentiero Troi de S.Antoni in 1.00 ora passando per Codissago  si torna al posteggio.
2- a destra invece si raggiunge la diga in circa 15 minuti di discesa nel bosco. Giunti nei pressi della diga il rientro a valle si effettua percorrendo la strada asfaltata S.R. 251, si passa attraverso 2 gallerie e all'uscita della seconda si devia a sinistra  per il sentiero che porta al parcheggio di partenza  in circa 40 minuti. Io consiglio di abbinare la visita al paese di Casso e poi la visita alla diga.

Anche se la risalita non si svolge nei pressi della diga, si ha costantemente la visuale contemporanea di quest'ultima, della gola che ha guidato a valle l'ondata d'acqua e dell'abitato di Longarone e regala la possibilità di vedere vari manufatti del periodo della progettazione e dei lavori che non sono visibili per chi giunge alla diga in auto o comunque percorrendo il sentiero da Codissago, sicuramente da una nuova prospettiva ed è sicuramente maggiore la possibilità di capire ciò che è successo il 9 ottobre 1963

DISLIVELLO: circa 300 metri (sola ferrata)
DIFFICOLTA': D -perla conformazione della roccia e la continua esposizione al vuoto
TEMPO: circa 2h salita - circa 1h discesa

(testo Marco Codazzi)