La Montagna ha un Cuore


Passare dall'astio che nutrivo per quella montagna ad una immensa gratitudine (di Alberto Voglini)

monumento a Christomannos
monumento a Christomannos

La scorsa estate decisi con gli amici della montagna di sempre di fare la ferrata del Masarè sulle Dolomiti di Fassa.
Poco dopo l'attacco, al primo vero passaggio difficoltoso, nel gesto di agganciare il moschettone alla fune oltre il chiodo successivo, il movimento repentino mi fece scivolare dal dito della mano un anello di più di cento anni fa, avuto per discendenza di famiglia, peraltro molto bello. Sentii distintamente il tintinnio della caduta , ma non riuscii a distinguere il punto di atterraggio su un ghiaione di pietroni. Scesi immediatamente assieme ad un compagno e mi misi alla sua disperata ricerca, cercando di stabilire la possibile traiettoria, ma nonostante cercassi disperatamente di avvistarlo, tutto fu inutile e dopo mezz'ora di inutili tentativi ripresi la salita con il morale sotto i tacchi e il cuore in pezzi. Non mi vergogno a dire che piansi.
Al rientro al rifugio tutto il gruppo in attesa cercò di consolarmi rimproverandomi però di averlo portato con me, ma ormai la frittata era fatta ed il Masarè si era impossessato del mio anello. Durante il tragitto di rientro più volte mi voltai verso la montagna chiedendole cosa se ne sarebbe fatta e che tuttavia per me la cosa non sarebbe finita lì, dandole appuntamento all'anno successivo. Passando poi davanti alla giagantesca aquila in bronzo che troneggia sul ciglio di un dirupo, le chiesi di mettere una buona parola con il Masarè e cercare di convincerlo a restituirmi il maltolto.
Un intero anno è trascorso, con nevicate, pioggie, ghiacciate, vento, nebbie ed ogni avversità atmosferiche che possono flagellare una vetta dolomitica. Alla prima occasione della successiva vacanza, prima tappa in quota: Masarè  in due armati di cercametalli pronti per una nuova e più meticolosa ricerca.  L'avvicinamento non fu lungo, ma faticoso con cinque amici tutti pronti a darmi man forte. Dopo il breve tratto imbracati, arrivammo al punto: mano ai cercametalli mentre gli altri a battere a vista la zona. Ben presto mi resi conto che sarebbe stata durissima, il terreno presentava troppi anfratti mentre lo strumento ben presto si scaricò e pensate un pò avevo dimenticato la batteria di riserva: a quel punto mi venne da pensare che non me lo meritavo proprio, però alzai lo sguardo verso il Masarè e gli chiesi nuovamente: "Ma che te ne fai? E ridammelo!". Dopo poco passò da lì una guida alpina che vedendoci armeggiare mi chiese cosa facessimo, glielo spiegai al che lui, inarcando le ciglia, mi augurò buona fortuna. Decisi di mollare l'ormai inutile cercametalli e di proseguire a vista, salii brevemente per posare lo strumento e ridiscesi cercando di capire in base a dove fossi su in ferrata ed il possibile volo compiuto dall'anello così giunsi più o meno fino al punto in cui era transitata la guida e fatti pochi passi sotto al sentiero ... no!!! Era lì in bella mostra, lucido come se fosse stato appena preso dalla vetrina di un negozio. Lì per lì rimasi di sasso, poi un urlo di gioia fece voltare tutti i miei compagni che osservarono increduli l'anello nella mia mano, abbracciai subito la montagna ringraziandola di avermelo ridato.
Il ritorno alla Baita Pederiva fu leggero leggero, col cuore nello zucchero; lì la notizia era già arrivata e tutti vollero vedere l'anello. La sbicchierata finale fu d'obbligo e anche i gestori vollero partecipare alla mia gioia. Alla ripresa del cammino, passando di fronte all'aquila la ringraziai e mi feci fare una foto insieme a lei: sono sicuro che ci mise del suo. Nella discesa in funivia più volte mi voltai verso il Masarè strizzandogli l'occhio a mò di ringraziamnento.

E' stato bello passare dall'astio che ho nutrito per quella montagna per un anno intero ad una immensa gratitudine. Adesso la considero un'amica, anche la montagna ha un cuore