il Fronte Alpino della Grande Guerra


A 100 anni dallo scoppio del conflitto, ricordiamo la tragica guerra che i nostri avi hanno vissuto sulle montagne di confine, in guerra contro il nemico ed in lotta per la sopravvivenza.

Forte Dosso delle Somme - foto©CristinaCorradini
Forte Dosso delle Somme - foto©CristinaCorradini

Durante il periodo bellico i soldati dovevano affrontare dei momenti durissimi in strutture più o meno provvisorie, in balia degli eventi atmosferici con il costante terrore di essere colpiti o dal ricevere l'ordine di prepararsi all'assalto. Esperienze che segnarono molti uomini per tutta la vita, tanto da causare a molti malattie mentali.
Gli uomini non erano preparati a combattimenti lunghi e, nel primo anno di guerra, non avevano nemmeno un'adeguata dotazione di armi e abbigliamento.All'inizio non fu spiegato ai soldati italiani di restare accovacciati nelle trincee e di non sporgersi; non furono forniti di pinze tagliafili in grado di creare velocemente dei varchi tra i reticolati nemici, così da aumentare il numero di morti. Anche al di fuori dei combattimenti c'erano molti problemi: le scarpe erano del tutto inadatte per resistere al fango o al terreno pietroso del Carso o delle montagne. Nel giro di poche settimane si trasformavano in suole di legno a malapena indossabili e questo ovviamente provocava dei seri problemi ai piedi dei soldati.
Le ferite erano molto frequenti così come i congelamenti, curati con lo stesso grasso che avrebbe dovuto servire per lucidare le calzature. Le borracce per l'acqua erano di legno (assolutamente anti-igieniche) mentre le tende per dormire (quando c'erano) erano inutilizzabili con la pioggia. Molto spesso i soldati furono costretti a crearsi degli alloggi di fortuna per la notte, in buche coperte da un semplice telo, in anfratti del terreno dove si dormiva gli uni attaccati agli altri per disperdere il meno calore possibile.
Mai, prima di allora, si erano combattute battaglie ad altitudini così elevate, come tra le cime del Massiccio dell'Adamello (al confine tra Lombardia e Alto Adige) dove italiani e austro-ungarici si trovarono a combattere ad oltre 3000 metri di altezza; o nella zona tra Trentino e Veneto tra le Dolomiti, sul Lagorai, in tutta la parte delle Dolomiti Orientali e tra le vette delle Alpi Carniche e della Val Dogna.
Gli equipaggiamenti dati agli Alpini furono inadatti alla vita in quota: nella maggior parte dei baraccamenti la sola fonte di riscaldamento erano i fornelletti per le vivande; i vestiti di lana erano pochi e molti dovettero costruirsi degli occhiali da sole utilizzando dell'alluminio per prevenire i danni dei raggi solari; inoltre per tutto il 1915 i soldati combatterono con le loro uniformi grigio-verdi  facilmente individuabili dai nemici. Oltre ai soldati in prima linea, la guerra in montagna ebbe anche i portatori, volontari che si arruolarono per trasportare dalle retrovie armi, munizioni, materiale e cibo ai soldati in cima alle montagne.
In alcuni casi questo ruolo fu ricoperto dalle donne in quanto gli uomini erano impegnati in battaglia. Insomma si è trattato di una guerra dura che ha segnato gli uomini e donne coinvolti sulle montagne ... e ora vediamo qualche cenno storico.

LA GUERRA DI MONTAGNA (1915-1918)
La Guerra di Montagna o Fronte Italiano comprende le operazioni belliche combattute tra il Regno d'Italia e i suoi Alleati contro le armate di Austria-Ungheria e Germania nel settore alpino del nord-est. Dopo aver stipulato un patto di alleanza con le potenze della Triplice intesa e aver abbandonato lo schieramento della Triplice alleanza, l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, iniziando le operazioni belliche il giorno dopo: il fronte di contatto tra i due eserciti si snodò nell'Italia nord-orientale, lungo le frontiere alpine e la regione del Carso. Nella prima fase del confronto le forze italiane lanciarono una serie di massicce offensive frontali contro le difese austro-ungariche nella regione del fiume Isonzo, mentre operazioni di minor portata prendevano vita sui rilievi alpini e in particolare nella zona delle Dolomiti. Il conflitto si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra di trincea, simile a quella che si stava combattendo sul fronte occidentale: la lunga serie di battaglie sull'Isonzo non portò agli italiani che miseri guadagni territoriali al prezzo di forti perdite tra le truppe, ben presto spossate e demoralizzate dall'andamento delle operazioni. Le forze austro-ungariche si limitarono a difendersi lanciando contrattacchi limitati, fatta eccezione per la massiccia offensiva sull'Altopiano di Asiago nel maggio-giugno 1916, bloccata dagli italiani. La situazione subì un brusco cambiamento nell'ottobre 1917, quando un'improvvisa offensiva degli austro-tedeschi nella zona di Caporetto portò a uno sfondamento delle difese italiane e a un repentino crollo di tutto il fronte: il Regio Esercito fu costretto a una lunga ritirata fino alle rive del fiume Piave, lasciando in mano al nemico il Friuli e il Veneto settentrionale oltre a centinaia di migliaia di prigionieri. Passate alla guida del generale Armando Diaz e rinforzate da truppe franco-britanniche, le forze italiane riuscirono però a consolidare un nuovo fronte lungo il Piave, bloccando l'offensiva degli Imperi centrali. Dopo aver respinto un nuovo tentativo degli austro-ungarici di forzare la linea del Piave nel giugno 1918, le forze degli Alleati passarono alla controffensiva alla fine dell'ottobre 1918: nel corso della cosiddetta battaglia di Vittorio Veneto le forze austro-ungariche furono messe in rotta, sfaldandosi nel corso della ritirata. Il 3 novembre l'Impero austro-ungarico chiese e siglò l'armistizio di Villa Giusti che, entrato in vigore il 4 novembre, segnò la conclusione delle ostilità.

La neutralità e il piano strategico italiano: la decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa dal governo il 2 agosto 1914, cinque giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia. La neutralità ottenne inizialmente consenso quasi unanime negli ambienti politici e nell'opinione pubblica italiana, tuttavia il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna suscitò i primi dubbi sull'invincibilità tedesca e si formarono movimenti interventisti che denunciavano l'incombente diminuzione della statura politica dell'Italia se il paese fosse rimasto spettatore passivo; inoltre gli interventisti vedevano nella guerra l'occasione di vendicare tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato e consentire così di completare l'unità d'Italia con l'annessione delle "terre irredente", che tra l'altro la Triplice intesa avrebbe assicurato all'Italia se si fosse schierata al suo fianco. Il 26 aprile 1915 il governo italiano concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra, e il 3 maggio successivo la Triplice alleanza fu denunciata e fu avviata la mobilitazione; il 23 maggio infine l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria ma non alla Germania. Il piano strategico si basava su un'azione offensiva e difensiva per contenere gli austro-ungarici nel loro saliente, con lo scopo di concentrare lo sforzo offensivo verso est, e con l'obiettivo di conquistare Gorizia in breve tempo. Nei piani strategici il conflitto doveva concludersi in breve tempo con l'esercito italiano vittorioso in marcia su Vienna. Sul fronte delle Dolomiti gli italiani, fortemente carenti di artiglierie e mitragliatrici destinate soprattutto a est, avrebbero dovuto attaccare lungo due principali direttrici strategiche: fra le Dolomiti di Sesto e attraverso il Col di Lana. Queste azioni avrebbero dovuto portare a uno sfondamento in profondità sufficiente per raggiungere la val Pusteria con la sua importante ferrovia e il fondovalle, che portava da un lato verso il Brennero e dall'altro nel cuore dell'Austria. Nella parte meridionale del fronte dolomitico, si puntava all'occupazione della val di Fassa, da dove si sarebbero potute raggiungere Bolzano attraverso il passo di Costalunga, e  Trento seguendo la valle dell'Avisio. Oltre a questi settori dove si puntava a penetrazioni strategiche, gli italiani attaccarono anche nel cuore del massiccio dolomitico, su creste, lungo canaloni e persino sulle cime, spesso in condizioni svantaggiose dato che gli austro-ungarici occupavano quasi sempre postazioni più elevate, in azioni che ebbero notevoli effetti sul morale delle truppe ma che non mutarono in alcun modo l'andamento bellico del conflitto.

Il fronte alpino: nel maggio 1915 la frontiera tra Italia e Impero austro-ungarico correva lungo la linea stabilita nel 1866: un confine prevalentemente montuoso, che nella sua parte occidentale corrispondeva quasi ovunque con l'attuale limite amministrativo della regione Trentino-Alto Adige. Dai  65 m s.l.m. del Lago di Garda presso Riva, fino a sfiorare sfioravano i 4000 metri di quota nel gruppo Ortles-Cevedale; mentre a est le quote erano più basse ma con forti dislivelli per la particolare morfologia delle Dolomiti.Proseguendo verso est, il confine correva lungo la catena delle Alpi Carniche, per poi incontrare le Dolomiti al Passo di Monte Croce di Comelico e quindi innalzarsi subito in grandi montagne: Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, monte Popera, Croda dei Toni fino a toccare le Tre Cime di Lavaredo, dove il confine si abbassava, attraversava la val Rimbon e con un giro contorto lasciava in territorio italiano gran parte di Monte Piana. Sceso a Carbonin, risaliva fino alla cima di Monte Cristallo per poi ridiscendere nella valle dell'Ansiei, lasciando il Passo Tre Croci all'Austria; attraverso le creste del Sorapis raggiungeva il fondovalle di Ampezzo, a sud di Cortina.Attraverso il Becco di Mezdì e la Croda del Lago il confine, seguendo il passo di Giau, puntava decisamente verso sud fino ad arrivare ai piedi della Marmolada, per poi proseguire verso il passo San Pellegrino e lungo la catena del Lagorai - ormai fuori dall'ambiente dolomitico - fino a giungere alla valle dell'Adige passando per il monte Ortigara, l'altopiano dei Sette Comuni e il Pasubio. Il confine quindi toccava la punta nord del lago di Garda da cui riprendeva la sua corsa verso nord lungo l'odierno confine amministrativo, toccando il monte Adamello, il passo del Tonale e proseguendo fino al massiccio dell'Ortles-Cevedale al confine con la Svizzera.

LE OSTILITA'
Sul fronte delle Dolomiti la 4ª Armata italiana occupò Cortina il 29 maggio, cinque giorni dopo che gli austro-ungarici l'avevano abbandonata, e poi rimase sulle sue posizioni fino al 3 giugno seguente: l'armata disponeva di una sola batteria di artiglieria pesante e mancava di ogni altro mezzo per poter forzare i reticolati di filo spinato disposti dai difensori; più a ovest, la 1ª Armata occupò alcune posizioni nel Trentino meridionale prima di essere bloccata dalle forti difese austro-ungariche. Sul fronte del basso Isonzo le avanguardie italiane si mossero a rilento, consentendo agli austro-ungarici di far saltare i ponti principali. Monfalcone fu occupata dalla 3ª Armata il 9 giugno, ma i difensori si attestarono sul vicino monte Cosich che, benché alto solo 112 metri, consentiva di dominare la pianura sottostante. La 2ª Armata avanzò con facilità nell'alta valle dell'Isonzo, prendendo Caporetto il 25 maggio e stabilendo una testa di ponte sulla sponda orientale; tuttavia gli italiani fallirono nella corsa per occupare prima degli austro-ungarici le strategiche posizioni del monte Mrzli e del Monte Nero che difendevano l'accesso a Tolmino: una serie di attacchi contro il Mrzli tra il 1º e il 4 giugno non portarono a niente, ma il 16 giugno un contingente di alpini riuscì a scalare di notte il Monte Nero conquistandone la vetta con un attacco all'alba. Più a sud gli italiani presero Plava, a metà strada tra Tolmino e Gorizia, ma gli austro-ungarici costituirono una testa di ponte a ovest dell'Isonzo, ancorata sulle due vette del monte Sabotino a nord e del Podgora a sud, bloccando l'accesso alla stessa Gorizia; gli scontri andarono poi diradandosi durante la seconda settimana di giugno. Il 23 giugno Cadorna scatenò la prima delle sue "spallate" contro il fronte nemico lungo l'Isonzo, proseguita poi fino al 7 luglio: davanti Plava gli italiani attaccarono per otto volte il picco dominante di Quota 383 senza ottenere praticamente alcun risultato, mentre un assalto il 1º luglio contro il Mrzli finì in niente; sul Carso  la prima linea austro-ungarica cedette sotto i colpi dell'artiglieria italiana nei pressi di quota 89 di Redipuglia e sopra Sagrado, consentendo agli attaccanti di portarsi sotto i picchi del monte San Michele e del monte Sei Busi che finirono con il rappresentare un saliente saldamente tenuto dagli austro-ungarici. Dopo aver ammassato un maggior quantitativo di artiglieria, Cadorna tentò una nuova offensiva il 18 luglio: l'azione si concentrò sul San Michele, e gli attacchi costrinsero gli austro-ungarici ad arretrare le loro trincee di alcune centinaia di metri sull'altipiano di Doberdò del Lago e davanti al villaggio di San Martino del Carso; sui due lati del saliente, invece, gli attacchi italiani contro il monte Cosich a sud e contro il Podgora e il Sabotino a nord davanti Gorizia non portarono che a forti perdite e guadagni territoriali insignificanti. Sull'alto Isonzo la 2ª Armata iniziò una serie di assalti nel settore Monte Nero-Mrzli nel tentativo di distrarre gli austro-ungarici dal San Michele, ma il poco terreno guadagnato fu in gran parte perduto in contrattacchi dei difensori. La seconda battaglia dell'Isonzo fu  il primo bagno di sangue su larga scala del fronte. Cadorna diede il via alle operazioni il 18 ottobre: gli assalti della fanteria sferrati a partire dal 21 ottobre dal Mrzli al San Michele passando per il Sabotino e il Podgora, non portarono che a pochi guadagni. Il maltempo imperversò per tutta la durata della battaglia, spingendo il comando italiano a terminare l'azione il 4 novembre dopo nuovi e infruttuosi assalti al San Michele, ma il 10 novembre partì la quarta battaglia dell'Isonzo in cui gli italiani assalirono le stesse posizioni: riuscirono a occupare solo esigue strisce a un alto costo e il 5 dicembre ogni azione cessò.

Le operazioni alpine: parallelamente alle offensive suddette, il 3 giugno ci fu l'ordine di avanzata generale lungo tutto il settore dolomitico, dando il via a una serie di piccole offensive in vari punti del fronte, svoltesi tra fine maggio e inizio giugno. L'8 giugno gli italiani attaccarono nell'alto Cadore, sul Col di Lana, nel tentativo di tagliare una delle principali vie di rifornimento austro-ungariche al Trentino attraverso la Val Pusteria. Questo teatro di operazioni fu secondario rispetto alla spinta a est, ma ebbe il merito di bloccare vari contingenti austro-ungarici.Tra il 15 e il 16 giugno partì la prima offensiva verso il Lagazuoi e le zone limitrofe, in un attacco teso a catturare il Sasso di Stria, sulla cui cima era stato installato un osservatorio di artiglieria austriaco. Poco più a nord, tra giugno e luglio, gli italiani lanciarono i primi attacchi sulle Tofane e verso la val Travenanzes, dove dopo un'iniziale avanzata il 22 luglio furono ricacciati su posizioni sfavorevoli da un contrattacco austro-ungarico. Dopo aver occupato Cortina e passo Tre Croci il 28 maggio, gli italiani si trovarono dinnanzi a tre ostacoli che impedivano di entrare a Dobbiaco e in Val Pusteria: il Son Pauses, il Monte Cristallo e il Monte Piana. In giugno si sviluppò un attacco contemporaneo ai tre capisaldi che non ottenne risultati di rilievo. Entrambi gli schieramenti furono invece costretti a trincerarsi su posizioni che, in pratica, non sarebbero mai cambiate fino al 1917.Più a est, altri settori furono testimoni dei primi scontri tra italiani e austro-ungarici: il 25 maggio fu bombardato dagli italiani il rifugio Tre Cime alla base delle Tre Cime di Lavaredo, anche se il primo vero attacco italiano si verificò solo in agosto. L'8 giugno fu occupato il passo Fiscalino, tra luglio e agosto furono prese la cima di monte Popera, la cresta Zsigmondy, e Cima Undici in quanto non erano presidiate, invece più a est per tutta l'estate si susseguirono i tentativi italiani di sfondamento del passo Monte Croce di Comelico, che ben presto però si trasformarono in una guerra di posizione che durò fino al 1917.A ovest del settore alpino, dalla fine di maggio 1915 all'inizio di novembre 1917, il possesso del massiccio della Marmolada costituì un elemento strategico particolarmente importante, perché controllava la strada alla val di Fassa e alla val Badia e quindi al Tirolo, divenendo subito uno dei punti più caldi del fronte alpino occidentale.Altro settore considerato fondamentale dagli italiani era il passo del Tonale, su cui già prima della guerra furono costruiti alcuni settori fortificati, in previsione di una guerra tipicamente difensiva. Le disposizioni del Comando Supremo stabilivano infatti che sul fronte Trentino fossero effettuate, ove necessario, solo piccole azioni offensive al fine di occupare posizioni più facilmente difendibili, che consentissero alle truppe italiane di attestarsi in luoghi più facilmente accessibili e rifornibili.La prima operazione di guerra sui ghiacciai fu affidata al Battaglione alpini "Morbegno" ed ebbe luogo il 9 giugno 1915 per concludersi con una tremenda sconfitta. Gli alpini, nel tentativo di occupare la Conca Presena e cogliere gli austro-ungarici di sorpresa, effettuarono una vera e propria impresa alpinistica risalendo la Val Narcanello, il ghiacciaio del Pisgana e attraversando la parte alta di Conca Mandrone; giunti al Passo Maroccaro e iniziata la discesa in Conca Presena, furono avvistati dagli osservatori austriaci e sottoposti, sul candore del ghiacciaio, al preciso tiro della fanteria imperiale che, pur essendo in numero assai inferiore, seppe contrastare l'attacco in modo assai abile e li costrinse alla ritirata, lasciando sul campo 52 morti.Un mese dopo  gli austro-ungarici attaccarono il presidio italiano sulle rive del Lago di Campo in alta Val Daone con un agguato perfettamente riuscito che evidenziò l'impreparazione tattica italiana. Stimolati dal successo ottenuto, il 15 luglio gli austro-ungarici tentarono un improvviso attacco al Rifugio Garibaldi attraverso la Vedretta del Mandrone; il piano fallì per l'abilità dei difensori, ma mise nuovamente in risalto la vulnerabilità del sistema difensivo italiano, che dunque fu rafforzato. Per quanto riguarda l'ala destra del fronte del Tonale, le azioni italiane più significative del 1915 si svolsero in agosto con diverse direttrici, ma portarono solo alla conquista del Torrione d'Albiolo.Tutte queste offensive non portarono a nessuno sfondamento, tanto che, come sull'Isonzo, anche la guerra di montagna divenne una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale, con trincee, postazioni e camminamenti scavati nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino a 3.000 metri o più di altitudine.

Il secondo anno di guerra: la guerra si allungava oltre ogni previsione e all'inizio del 1916 l'esercito italiano iniziò un'opera di riordinamento e potenziamento sulla base di un programma concordato tra il governo e il capo di stato maggiore, presentato in maggio da Cadorna. Nel campo delle dotazioni iniziò ad arrivare alle truppe vestiario specifico per il clima di montagna, oltre a equipaggiamenti di nuova adozione come gli elmetti e le bombe a mano; fu moltiplicata la produzione di cannoni e mitragliatrici e fu introdotto un nuovo tipo di bocca da fuoco, una bombarda in grado di sparare granate munite di alette da 400 mm con tiro indiretto: si rivelò assai utile per demolire gli sbarramenti di filo spinato rimanendo al riparo delle trincee. Furono inoltre riviste le tattiche, prescrivendo agli ufficiali di eliminare gli articoli più vistosi delle loro uniformi (spade o fasce), tenersi dietro la linea degli uomini negli assalti, cercare di avvicinare il più possibile (fino a 50 metri) alle linee nemiche le trincee di partenza onde ridurre il tempo allo scoperto dei reparti attaccanti.

La Strafexpedition:  il piano austo-ungarico prevedeva l'inizio dell'offensiva per il 10 aprile, ma le abbondanti nevicate di marzo obbligarono Conrad a posticipare la data dell'attacco; il 15 maggio, appena il tempo lo permise, scattò la cosiddetta Strafexpedition ("spedizione punitiva"): l'11ª Armata austro-ungarica passò all'attacco fra la val d'Adige e la Valsugana in Trentino, spalleggiata dalla 3ª Armata destinata allo sfruttamento del successo. Cadorna reagì con rapidità all'attacco austro-ungarico, richiamando divisioni di riserva dal fronte dell'Isonzo e costituendo una 5ª Armata che riuscì a frenare, e quindi arrestare concretamente, l'offensiva sugli Altopiani. Dopo un appello personale del re Vittorio Emanuele allo zar, i russi anticiparono la loro offensiva al 4 giugno: l'offensiva Brusilov ottenne un successo di vaste proporzioni contro il debole fronte austro-ungarico a est, facendolo arretrare di 75 chilometri, portando alla cattura di circa 200.000 prigionieri e 700 cannoni nel giro di una settimana. Dopo un ultimo tentativo di offesa verso Monte Lemerle e Val Magnaboschi, il 16 giugno Conrad sospese l'operazione: a partire dal 25 giugno le forze imperiali iniziarono una ordinata ritirata verso nuove posizioni difensive, abbandonando le semidistrutte Arsiero e Asiago ma attestandosi saldamente nella porzione settentrionale dell'Altopiano, dove respinsero una serie di frettolosi contrattacchi italiani; l'azione andò poi spegnendosi per il 27 giugno. Si concluse così la prima grande battaglia difensiva dell'Italia che, al di là del risultato militare, rappresentò un notevole successo politico per Cadorna. Senza più il controllo del San Michele, le forze austro-ungariche abbandonarono l'intero Carso occidentale spostandosi su una nuova linea difensiva che andava dal Monte Santo di Gorizia a nord al Monte Ermada a sud, passando per le vette del San Gabriele e del Dosso Faiti; Cadorna fu lento a sfruttare il successo ottenuto e con l'artiglieria pesante rimasta indietro, le truppe italiane non riuscirono a scalfire la rinnovata resistenza: il 12 agosto ottennero un ultimo successo catturando il villaggio di Opacchiasella, ma entro il 17 l'offensiva si era ormai arenata. Per gli standard del fronte dell'Isonzo, la sesta battaglia fu un notevole successo, consentendo agli italiani di avanzare lungo un fronte di 24 chilometri per una profondità da 4 a 6 chilometri, ma non fu ottenuto alcuno sfondamento definitivo; dopo aver passato più di un anno ad assediare le postazioni austro-ungariche, non era stato fatto altro che spostare il campo di battaglia di qualche miglio più a est.

Le successive battaglie dell'Isonzo: il 14 settembre la fanteria partì all'attacco con la 3ª Armata su un fronte di 8 chilometri, ma le forze austro-ungariche avevano adottato una nuova tattica che si rivelò efficace: durante il bombardamento italiano le trincee di prima linea erano presidiate solo da poche vedette, con il grosso dei soldati al sicuro dentro rifugi sotterranei nelle retrovie; una volta che il tiro cessava e lasciava il campo alla fanteria, gli austro-ungarici tornavano rapidamente in linea per affrontarla. Le masse compatte dei fanti italiani divennero un obiettivo facile per le mitragliatrici e per l'artiglieria austro-ungarica, che avevano trattenuto il fuoco fino all'ultimo minuto per non rivelare la loro ubicazione. Forte di una superiorità numerica di tre a uno, Cadorna iniziò l'ottava battaglia dell'Isonzo il 10 ottobre, dopo una settimana di bombardamenti: gli italiani conquistarono un po' di terreno nella valle del fiume Vipacco, ma l'azione si esaurì per il 12 ottobre provocando  gravi perdite a entrambe le parti. Dopo una breve pausa, il 1º novembre Cadorna riprese i suoi attacchi con la nona spallata sull'Isonzo, lungo la linea Colle Grande-Pecinca-Bosco Malo con obiettivo il Dosso Faiti e la Sella delle Trincee: il fuoco di 1.350 cannoni demolì le prime linee austro-ungariche e gli italiani riuscirono a stabilire un saliente ampio 5 chilometri e profondo 3, arrivando a conquistare la vetta del Dosso Faiti, ma a sud gli attacchi al monte Ermada non portarono a niente.

La guerra di mine: in alta montagna i soldati di entrambi gli schieramenti erano spesso impegnati in piccoli scontri tra pattuglie, nel tentativo di conquistare trincee lungo le creste e le cime delle montagne. La scarsità di uomini, i limitati terreni di scontro e le dure condizioni climatiche, che consentivano attacchi solo in determinati periodi, fecero sì che la guerra sul fronte alpino trovasse diverse applicazioni e nuovi metodi strategici. Escogitarno uno speciale utilizzo delle mine: genieri, minatori e soldati scavavano gallerie sotterranee nella roccia per raggiungere le linee nemiche, al di sotto delle quali veniva creato un grande pozzo riempito di esplosivo. Quando la mina veniva fatta brillare, la postazione saltava in aria insieme alla cima della montagna consentendo, almeno in teoria, di occupare facilmente la posizione.Tra i fronti dove si praticò questo tipo di guerra si contarono il Col di Lana, il monte Cimone, il Pasubio e il Lagazuoi, benché tentativi in questo senso furono fatti anche su altri fronti come al monte Piana o sul Castelletto delle Tofane. Nel 1916, proprio il Cimone fu teatro di questo tipo di strategia: il monte, di alto valore strategico, dopo la Strafexpedition era caduto in mano austro-ungarica. Nell'ultima settimana di luglio, perciò, l'artiglieria italiana protrasse per 18 ore un pesantissimo bombardamento su vetta e contrafforti del Cimone, al termine del quale furono mandati all'attacco i migliori reparti di alpini e finanzieri: inizialmente inchiodati dal fuoco, dopo un cruento scontro gli italiani ripresero la cima.A seguito dei contrattacchi per riacquisire il Cimone, i comandi austro-ungarici decisero di ripiegare sulla guerra di mine , allo scopo di far saltare in aria le postazioni italiane. Gli alpini, allertati, intrapresero a loro volta lavori di scavo da più punti e riuscirono a far detonare la contromina nella notte tra 17 e 18 settembre, provocando il crollo dei cunicoli austro-ungarici. Tuttavia il lavoro delle truppe imperiali ricominciò ancor più determinato e il 23 settembre, due mesi dopo la perdita della vetta, era pronta una mina di 8.700 chili di Dinamon, 4.500 didinamite e 1.000 di polvere nera. Alle 05:45 la carica venne fatta brillare: l'esplosione fu devastante, due gigantesche colonne di fumo si alzarono dalla vetta proiettando in aria tonnellate di detriti e centinaia di uomini; la postazione italiana scomparve.

Il terzo anno di gerra: l'inizio del 1917 si presentò critico per gli Imperi centrali: le loro risorse si andavano assottigliando mentre gli eserciti dell'Intesa erano in lenta ma inesorabile crescita.Chiuso il fronte orientale, gli Imperi centrali iniziarono a rischierare a occidente il grosso delle loro forze, anche se la maggior parte delle 140 divisioni dislocate a est non fu spostata fino alla firma il 3 marzo 1918 del trattato di Brest-Litovsk.

Decima  e undicesima battaglia d'Isonzo: l'offensiva iniziò il 12 maggio con un devastante bombardamento preliminare di circa 3.000 bocche da fuoco; nel pomeriggio del 14 la 2ª Armata italiana, passata al generale Luigi Capello, iniziò l'azione sul medio corso dell'Isonzo marciando dalla testa di ponte di Plava verso Quota 383: in condizioni di inferiorità di quindici a uno, il solitario battaglione austriaco che difendeva la vetta dovette cedere sotto gli attacchi di cinque reggimenti italiani. Il piano prevedeva di fermare le forze della 2ª Armata per spostare l'artiglieria in appoggio della 3ª Armata sul basso Isonzo, ma visti i progressi Capello chiese e ottenne di continuare con la sua azione: gli italiani estesero i loro assalti al monte Kuk, occupato definitivamente il 17 maggio dopo vari attacchi e contrattacchi delle due parti, e al monte Vodice, preso il 19. Il 20 maggio Capello lanciò dieci ondate di fanteria contro Monte Santo, ma i reparti arrivati in vetta furono ricacciati indietro da un contrattacco austro-ungarico e il generale decise di sospendere la sua offensiva. L'azione si spostò a sud, dove il 24 maggio la 3ª Armata del Duca di Aosta iniziò i suoi attacchi a partire dal saliente creato nella precedente battaglia: sulla sinistra gli italiani furono bloccati, ma sulla destra ottennero uno sfondamento, avanzando lungo una fascia larga 2 chilometri nella zona pianeggiante tra l'altopiano del Carso e il mare; fu conquistato il villaggio di Jamiano e lo slancio portò il fronte alle prime pendici dell'Ermada, dove rinforzi austro-ungarici bloccarono per il 26 maggio gli italiani. Richiamati alcuni reggimenti freschi dal Trentino e arrivate due divisioni distaccate dal fronte orientale, Borojević tentò un contrattacco in grande stile per il 4 giugno dando vita alla battaglia di Flondar: dopo una finta davanti al Dosso Faiti, gli austro-ungarici investirono le posizioni della 3ª Armata a ovest dell'Ermada, ricacciando indietro gli indeboliti reparti italiani. Cadorna aveva iniziato a pianificare la sua prossima mossa nel corso dei duri combattimenti spostando12 divisioni fresche dal fronte alpino all'Isonzo allo scopo di occupare la Bainsizza, e pensando di poter piegare verso sud, tagliare fuori il Monte Santo e il San Gabriele e prendere alle spalle le difese nemiche sul basso Isonzo. Dopo quattro giorni di bombardamenti, il 19 agosto si sviluppò un attacco lungo tutto il fronte: la 3ª Armata fece breccia in tre punti ma fu infine bloccata dalle forti difese dell'Ermada e della valle del Vipacco, a nord la 2ª Armata di Capello sfondò a partire dal 22 agosto le difese austro-ungariche avanzando con facilità sull'altopiano della Bainsizza. Borojević optò per una difesa in profondità e ritirò le sue scarne truppe sul bordo orientale dell'altopiano, contando sul terreno difficile per rallentare le forze di Capello. Il 4 settembre un massiccio contrattacco austro-ungarico fece indietreggiare alcuni reparti della 3ª Armata nella valle del Vipacco e contemporaneamente il generale Capello ordinò un movimento contro il San Gabriele. L'undicesima battaglia dell'Isonzo si risolse in un nuovo bagno di sangue.

La battaglia dell'Ortigara: l'attacco sull'Ortigara sarebbe stato svolto dai battaglioni alpini della 52ª Divisione al comando del generale Angelo Como Dagna Sabina. Alle 05:15 del 10 giugno l'azione ebbe inizio con una potente tiro di artiglieria verso le linee nemiche che durò fino alle 15:00, ma già dalle 11:00 la nebbia aveva iniziato a circondare il monte, rendendo la preparazione poco efficace. Alle 15:00 il tiro si allungò alle pendici dell'Ortigara e la fanteria iniziò ad avanzare. Dopo molteplici e violenti assalti, il calar della sera, la notte e la pioggia, uniti al costante fuoco nemico, fermarono lo slancio degli alpini che non potevano essere riforniti dai portatori, in quanto anch'essi erano inchiodati dalle difese austro-ungariche. Il giorno successivo, nonostante il maltempo e lo scoramento, gli alpini furono nuovamente lanciati all'attacco; fu la scelta peggiore, i soldati cozzarono nuovamente contro le mitragliatrici e reticolati intatti. Il 12 l'offensiva venne temporaneamente sospesa per poi ricominciare il 19 giugno, quando otto battaglioni partirono all'attacco dell'Ortigara: in meno di un'ora la cima fu conquistata, ma il successo degli alpini rimase isolato. Ciò non consentì di rinforzare la linea del fronte, lasciando le forze sull'Ortigara in balia della controffensiva austro-ungarica, che puntualmente avvenne il 25 giugno e travolse gli alpini. Non cogliendo la tragicità della situazione e lo scompiglio tra le linee, quello stesso giorno i comandi ordinarono un contrattacco invece di un ripiegamento, in una serie di ordini e contrordini che causarono il caos nelle linee italiane, con il solo risultato di aumentare il numero delle perdite. In questa battaglia gli alpini diedero un altissimo tributo di sangue, in ultimo vano poiché il fronte degli Altipiani rimase inalterato, confermando il totale fallimento dell'offensiva italiana.

La disfatta di Caporetto: il 24 ottobre le artiglierie austro-tedesche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza, alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo; il fuoco preparatorio fu molto preciso, troncando ben presto le comunicazioni tra i comandi e le unità di prima linea: l'artiglieria italiana del 27o Corpo d'armata comandato dal generale Pietro Badoglio rimase isolata e non aprì alcun fuoco di risposta. Quello stesso giorno gli austro-tedeschi attaccarono il fronte dell'Isonzo a nord, convergendo su Caporetto mettendo in pratica le nuove tattiche di infiltrazione già sperimentate con successo sul fronte orientale, le truppe tedesche forzarono i punti deboli dello schieramento italiano, muovendo nei fondovalle per aggirare e prendere alle spalle le postazioni poste sulle cime delle montagne. Il fronte della 2ª Armata si sgretolò rapidamente e alle 17:00 i primi reparti tedeschi fecero il loro ingresso nella stessa Caporetto. La notizia dello sfondamento filtrò con estrema lentezza fino al comando di Udine e solo la mattina del 25 ottobre la portata del disastro cominciò a profilarsi: il fronte era stato spezzato in più punti, il morale di diversi reparti era collassato e masse di uomini stavano defluendo con disordine verso le retrovie. Cadorna continuò a temporeggiare e solo alle 02:50 del 27 ottobre ordinò alla 2ª e alla 3ª Armata di ripiegare sulla linea del fiume Tagliamento. La sera del 28 ottobre gli austro-germanici attraversarono il confine prebellico: Cadorna sperava di poter trattenere il nemico sul Tagliamento, ma il 2 novembre una divisione austro-ungarica riuscì ad attraversare il fiume a monte, stabilendo una testa di ponte sulla sponda occidentale, e il mattino del 4 novembre l'alto comando italiano ordinò una ritirata generale dell'intero esercito fino al fiume Piave. La battaglia di Caporetto si tradusse in un disastro per gli italiani: le perdite ammontarono a 12.000 morti, 30.000 feriti e 294.000 prigionieri, con altri 400.000 soldati sbandati verso l'interno del paese. Le perdite materiali comprendevano più di 3.000 cannoni e 1.600 veicoli a motore, mentre l'area ceduta aveva un'ampiezza di 14.000 km². La disfatta di Caporetto provocò vari rivolgimenti in seno agli alti comandi italiani. Il governo Boselli andò incontro a un voto di sfiducia e il 30 ottobre 1917 fu rimpiazzato da un esecutivo guidato da Vittorio Emanuele Orlando; il 9 novembre, dopo molte insistenze da parte del nuovo presidente del consiglio, Cadorna lasciò il comando dell'esercito nelle mani del generale Armando Diaz e assunse la carica di rappresentante italiano presso il neo-costituito Consiglio militare interalleato a Versailles.

Ultimo anno di guerra:all'inizio del 1918 la situazione era critica per l'Austria-Ungheria, i margini di manovra per gli austro-tedeschi andavano però progressivamente riducendosi: la situazione degli Imperi centrali sul piano dei rifornimenti, sia alimentari che di materie prime, si faceva sempre più precaria, mentre al contrario i rifornimenti statunitensi, almeno sul fronte occidentale, iniziavano ad avere un peso effettivo sul bilancio della guerra.La carenza di cibo in tutta la nazione si era fatta catastrofica e ai tumulti organizzati dai gruppi nazionalisti o dai movimenti socialisti, ispirati dalla rivoluzione russa, si aggiunsero vere e proprie sommosse per il pane: ad aprile 1918 almeno sette divisioni erano state richiamate in patria per il mantenimento dell'ordine. Lo stesso generale Borojević suggerì di non sacrificare ciò che rimaneva dell'esercito in ormai inutili offensive, bensì di conservarlo per far fronte ai disordini, ma l'alto comando fu irremovibile dai suoi piani per un attacco risolutivo sul fronte italiano.

L'ultimo attacco austro-ungarico: il 15 giugno ebbe inizio l'offensiva: fu eseguita una diversione al passo del Tonale, di cui il generale Diaz, peraltro, non si preoccupò; infatti gli obiettivi dell'offensiva erano stati rivelati agli italiani da alcuni disertori, permettendogli di spostare due armate nelle zone designate dai comandi austro-ungarici. Perciò l'offensiva di Conrad sul monte Grappa si risolse quasi subito in un grave insuccesso, con miseri guadagni territoriali in poco tempo annullati dai contrattacchi italiani. Sul Piave la situazione sembrò in un primo momento migliore, le truppe di Borojević furono capaci di attraversare il fiume e costituire una serie di teste di ponte, in particolare nella zona del Montello; entro il primo giorno 100.000 soldati austro-ungarici furono traghettati sulla sponda meridionale del Piave, ma le acque ingrossate dalle piogge e il fuoco dell'artiglieria italiana impedirono di stabilire un sicuro passaggio sul fiume. Già il secondo giorno divenne chiaro che l'offensiva era fallita: gli austro-ungarici furono confinati sulle rive dalla caparbia resistenza degli italiani, che il 19 giugno passarono al contrattacco. Senza più riserve con cui alimentare l'offensiva, il mantenimento delle teste di ponte diveniva inutile e la sera del 20 giugno l'alto comando austro-ungarico ordinò la ritirata. Gli ultimi reparti di Borojević lasciarono la sponda meridionale il 23 giugno, concludendo così la battaglia. Dopo sei mesi di rinforzo e riorganizzazione l'esercito italiano fu capace di resistere all'attacco, ma Diaz non sfruttò l'occasione per contrattaccare perché preferì aspettare i rinforzi statunitensi, che però gli furono negati. Determinante per le forze italiane era stato l'apporto dell'aviazione, soprattutto nelle azioni d'appoggio tattico, di bombardamento e d'interdizione.

L'offensiva dell'esercito italiano: tra luglio e ottobre 1918 la consistenza delle forze austro-ungariche sul fronte italiano scese notevolmente anche a causa dalle malattie (l'influenza spagnola) e dalla carenza di viveri, si sommarono le diserzioni. Il piano italiano fu pronto per il 9 ottobre e i primi ordini operativi raggiunsero i comandi il 12 ottobre: alla 4ª Armata fu affidato l'importante compito di dividere la massa austro-ungarica del Trentino da quella del Piave, attaccando sul fronte del monte Grappa; l'8ª, la 10ª e la 12ª Armata avrebbero attaccato lungo il fiume. Diaz elaborò un piano di attacco massiccio su un unico punto invece che su tutta la linea, nel tentativo di sfondare le difese e tagliare le vie di collegamento con le retrovie; la scelta ricadde sulla cittadina di Vittorio Veneto, considerata un probabile punto di rottura, poiché in questa città si trovava la congiunzione tra la 5ª e la 6ª Armata austro-ungarica. L'attacco sul Monte Grappa iniziò il 24 ottobre:  l'offensiva della 4ª Armata, però sino al 28 ottobre non raccolse alcun successo e in alcuni punti le minime avanzate italiane subirono il pronto ed efficace contrattacco nemico. Le condizioni meteorologiche ritardarono l'inizio dell'offensiva sul Piave fino alla sera del 26 ottobre: le truppe italiane, britanniche e francesi riuscirono a stabilire delle teste di ponte sulla riva settentrionale nonostante la dura resistenza austro-ungarica e la difficoltà di gettare delle passerelle sul fiume in piena; il 28 ottobre il comando supremo italiano prescrisse la prosecuzione dell'offensiva a tempo indeterminato, finché l'attacco sul Piave non fosse uscito dalla fase di stallo. L'Austria-Ungheria era ormai in preda a forti disordini interni, che si ripercossero sul fronte: i reparti imperiali iniziarono a dividersi su base etnica e nazionale, rifiutandosi di eseguire gli ordini degli alti comandi. Dopo aver ordinato un primo arretramento sul corso del fiume Monticano il 29 ottobreil generale Borojević ordinò una ritirata generale lungo tutto il fronte; il 30 ottobre le forze italiane dilagarono in massa oltre il Piave, lanciandosi all'inseguimento dei reparti austro-ungarici: la resistenza delle retroguardie nemiche si rivelò debole e quella stessa mattina i primi contingenti italiani entrarono a Vittorio Veneto, circa 16 chilometri oltre il Piave, raggiungendo poi il corso della Livenza.

L'armistizio: il 3 novembre la delegazione firmò l'armistizio che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo. Lo stesso giorno gli italiani entrarono a Trento, la Regia Marina sbarcò truppe a Trieste, sul fronte occidentale gli Alleati accolsero la richiesta formale di armistizio avanzata dal governo tedesco. Alle ore 15:00 del 4 novembre sul fronte italiano cessarono i combattimenti. All'indomani dell'armistizio, i problemi militari dell'Italia erano numerosi e andavano dal consolidamento di una nuova linea di confine alla riorganizzazione dei servizi territoriali e delle unità combattenti, dall'assistenza alle popolazioni delle terre liberate e occupate alla raccolta del bottino di guerra, dal riordino degli ex prigionieri che affluivano numerosi. Il problema maggiore nell'immediato dopoguerra per l'esercito fu la riorganizzazione dell'apparato militare, che necessitava di un ammodernamento

Le vittime: un conteggio delle vittime riportate dalle forze armate del Regno d'Italia nella prima guerra mondiale, comprensivo delle perdite su tutti i teatri in cui furono coinvolte le truppe italiane stimò un totale di 651.000 militari italiani caduti durante il conflitto così ripartiti: 378.000 uccisi in azione o morti per le ferite riportate, 186.000 morti di malattie e 87.000 invalidi deceduti durante il periodo compreso tra il 12 novembre 1918 e il 30 aprile 1920 a causa delle ferite riportate in guerra. Altre fonti innalzano questo totale fino a 689.000 militari morti per tutti le cause durante il conflitto, oltre a indicare una stima di circa 1.000.000 di feriti di cui 700.000 invalidi. A titolo di paragone, le vittime causate dalle tre guerre d'indipendenza italiane sono stimate in meno di 10.000 uomini in totale, mentre i caduti militari italiani nella seconda guerra mondiale sono stimati in poco più di 291.000 uomini.Le perdite militari totali tra morti, feriti e dispersi presunti morti riportate dagli austro-ungarici sul fronte italiano sono stimate in circa 650.000 uomini; un'altra stima arriva a circa 400.000 morti e 1.200.000 feriti. Le vittime totali tra i militari austro-ungarici nel corso del conflitto ammontano a circa 1.100.000 caduti su tutti i fronti. Le perdite riportate dagli Alleati sul fronte italiano ammontano a 1.024 morti e 5.073 feriti per i britannici, 480 morti e 2.302 feriti per i francesi, 3 morti e 5 feriti per gli statunitensi.Il totale dei morti civili dell'Italia per ogni causa è stimato in circa 589.000 vittime, principalmente causate da malnutrizione e carenze alimentari, cui sommare altri 432.000 morti da imputare all'influenza spagnola esplosa verso la fine delle ostilità. Solo una frazione minima di tale cifra è stata provocata direttamente da azioni militari: 3.400, di cui 2.293 periti in attacchi contro navi, 958 in bombardamenti aerei e 147 in bombardamenti navali. Una stima delle vittime civili austro-ungariche durante tutto il conflitto ammonta a 467.000 morti "attribuibili alla guerra", principalmente causati da malnutrizione.

(testo Kristian Guala - tesina di Storia per l'esame di Terza Media presso I.C. Balmuccia -VC-)