Una storia di animali e montagna, di Sandro Barlettai

ghiaccio
ghiaccio

Per la luce ci sarebbe stato da aspettare ancora, lo sentiva dagli odori della radura nella quale il suo branco dormiva ormai profondamente.

Finalmente poteva riflettere, ma per farlo aveva bisogno del suo posto, così si incamminò silenzioso verso quel picco che era diventato, per lui, un luogo speciale.

Quando l’aveva visto per la prima volta aveva notato che di lì si poteva vedere tutta la montagna ed i venti di quota portavano tutti gli afrori delle valli sottostanti consentendogli di sapere in anticipo chi e che cosa si stava avvicinando.

In quel modo i suoi sensi potevano riposare e lasciare spazio al pensiero che, quella notte, non era diverso da quello delle notti precedenti, ma più intenso, più impellente, più immediato.

Da molti anni ormai dominava sul branco dei lupi, ma imporre quella legge, che valeva prima di tutto per lui, agli altri cominciava a sembrargli troppo pesante; sentiva che le energie si stavano esaurendo ed una sola domanda si stagliava nella sua mente: Quando?

Aveva visto nascere tante nidiate di suoi figli, aveva condotto il suo branco in tante battaglie ed aveva rintuzzato gli attacchi di altri branchi e dei nuovi maschi che crescevano, ma sapeva che era già nato quello che lo avrebbe sostituito e con lui era stato particolarmente intransigente nell’imporre la legge.

Sapeva che al momento opportuno gli sarebbe stato utile.

Governare il branco non era cosa facile, non c’è spazio per la debolezza quando devi uccidere per mangiare e difenderlo dal mondo che ti circonda.

Allungò le zampe davanti e vi poggiò sopra il muso in modo che il suo naso potesse sentire mentre ripensava a quel cucciolo appena nato che, anche mentre succhiava il latte materno, dimostrava di avere le qualità.

Gli altri forse non se ne accorgevano, ma lui sapeva che un giorno avrebbe preso il suo posto ed era per questo che lo addestrò con particolare durezza; ogni suo errore veniva punito più di quello degli altri, ogni tentativo di sfuggire alla legge annichilito, ogni mancanza di rispetto stroncata sul nascere.

Finché, finalmente, aveva visto apparire nel suo sguardo la rabbia e la forza che l’avrebbero soppiantato.

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Il cervo si alzò per controllare il branco, voleva essere certo che tutti dormissero e, al tempo stesso, di potersi allontanare senza che nessuno corresse un pericolo superiore al normale e quando si sentì sufficientemente tranquillo si incamminò verso il picco.

Sapeva che il lupo era là e sapeva di doverlo incontrare.

Quando, anni prima, aveva sconfitto il maschio dominante ed aveva preso le redini del branco si era reso conto che il suo ruolo lo avrebbe portato a continue lotte con il branco dei lupi per difendere i più deboli, ma sapeva anche che molte volte avrebbe perduto, che i suoi figli sarebbero diventati il loro pasto e che, nel ciclo naturale, altri ne avrebbe generati fino al giorno in cui un altro avrebbe preso il suo posto.

Quella era la legge e nessuno poteva cambiarla, ma anche per lui il tempo era trascorso ed era anche sua la stessa inquietudine del lupo e la stessa domanda: quando?

I suoi zoccoli ancora forti solcarono la terra del bosco e poi le rocce della montagna e, infine, raggiunse il picco.

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Il lupo lo sentì arrivare, prima avvertì il suo odore, poi il fremito del suo alito e, alla fine, lo vide stagliarsi contro il cielo scuro con il suo imponente palco segno di forza.

Il lupo si alzò in segno di rispetto come si fa di fronte ad un ospite di riguardo e, in piedi, si fronteggiarono guardandosi negli occhi.

Un lupo da solo non può aggredire un cervo di quelle dimensioni, il cervo non può attaccare il lupo da solo se non c’è da difendere il branco; questo sta scritto nella legge, nessuno dei due poteva infrangere la legge di cui erano i depositari, prima ancora che i garanti.

E poi il loro incontro non era un incontro di lotta, non c’era in gioco né il predominio né la sopravvivenza; era in gioco il dubbio: quando?

I nasi si fiutarono alla ricerca della comprensione dell’altro.

Come poteva non esserci odio nel cervo, pensava il lupo; ho divorato i suoi figli, come può non desiderare di uccidermi, ma sentiva solo quell’inquietudine identica alla sua.

Perché non si lancia verso il mio branco adesso che è indifeso, pensava il cervo, come può lasciarsi sfuggire un’occasione simile, ma anche lui avvertiva la stanchezza del lupo figlia dello stesso dubbio.

Quando?

Si guardarono a lungo, silenziosi messaggi li raggiungevano fino a quando, contemporaneamente, si drizzarono sulle zampe posteriori protraendo in avanti quelle anteriori che, forse, si sfiorarono per un istante.

Ricaduti a terra lanciarono i loro urli vibranti, potenti, immensi.

L’ululato ed il bramito si incontrarono in aria, si avvolsero l’uno nell’altro volando via lontani.

Il lupo ed il cervo, dopo un ultimo sguardo di rispetto reciproco, si allontanarono, ognuno per la sua strada, quasi con un inchino.

In un attimo i loro versi avevano dato loro la risposta e con essa la quiete.

“Domani, forse oggi; amico mio!”

Avevano detto.